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Autore Topic: Video: come contrastare le “fake news”  (Letto 850 volte)

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Offline nuvolotta

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Video: come contrastare le “fake news”
« il: Giugno 08, 2017, 10:07:24 »
Ascoltate o leggete è davvero importante capire come le bufale a volte siano invece delle proprie vere truffe che spostano le opinioni e a rischiare potrebbe
essere la nostra democrazia, pensate per esempio come la campagna elettorale di Trump basata su fandonie abbia spostato l'elettorato da una parte piuttosto che da un'altra... per cui impariamo a contrastarle controllando e ci vuole poco le notizie che postiamo senza usare come fonti tuttavia testate giornalistiche della carta stampata che a volte per qualche click che monetizzano attraverso siti appositi sono disposti a divulgare fuffa  o basti a pensare la pericolosa bufala di chi crede che i vaccini possano essere causa dell'autismo nel bambini senza rendersi conto che sono falsità che rischiano di minare la salute di tutti... nuv


Video: come contrastare le “fake news”

La  trascrizione del  testo  fornita da Paolo Attivissimo




Citazione
Per un convegno tenutosi a Torino il 19 maggio scorso e dedicato al problema della disinformazione in Rete ho registrato questo intervento in video, visto che non potevo essere presente in carne e ossa. Sotto il video trovate il testo dell’intervento. Buona visione.

Buongiorno a tutti. Quando ho cominciato a occuparmi di bufale su Internet, tanti anni fa, si trattava di un problema tutto sommato semplice: le bufale erano quasi sempre disseminate da persone comuni, che si trovavano improvvisamente ad avere a disposizione un nuovo potere di comunicare e non si rendevano conto della responsabilità comportata da questo potere. Diffondevano le notizie false in buona fede, credendo che fossero autentiche, senza fermarsi a fare verifiche perché si fidavano dell'amico che gliele aveva mandate e perché queste notizie confermavano i loro pregiudizi. Gli utenti agivano in modo caotico, disorganizzato, individuale. Era l'epoca dei gattini bonsai, delle donazioni di sangue da fare per un bambino malato, della tassa sul modem, della cucciolata di golden retriever da adottare per non farli sopprimere. Ogni tanto c'erano le bufale di allarme sociale, come i coloranti cancerogeni nelle merendine o i negozi degli extracomunitari che avevano botole nei camerini per rapire le ragazze più attraenti e rivenderle come schiave nei paesi arabi, e c'erano anche bufale riguardanti i politici e i governanti. Ma i disseminatori di queste false notizie erano goffi e caotici, senza un piano, un leader o una guida che li coordinasse.

Per una vasta fetta delle persone comuni, per i non addetti ai lavori, la bufala o la fake news è ancora fatta così, basata su errori ed equivoci in buona fede, propagata dilettantescamente. In altre parole, non viene vista come un problema grave. Il termine stesso, “bufala”, suona frivolo e sminuisce il tema.

E questa è, a mio avviso, la prima sfida che dobbiamo porci: come possiamo informare il pubblico che la bufala non è più soltanto una bufala, ma è diventata una disinformazione studiata, pianificata, politicizzata ma anche commercializzata, che sposta opinioni, elezioni, scelte sanitarie e produce profitti enormi? Credo che servano urgentemente strumenti e canali di comunicazione di massa che smascherino e rivelino al grande pubblico il business della falsa notizia, del clickbaiting, dell'allarme pilotato per vendere paccottiglia.

Serve un modo per mettere in chiaro a tutti che la propaganda politica è solo una parte del problema, una parte per la quale peraltro abbiamo già da tempo sviluppato un po' di anticorpi della diffidenza, e che invece siamo indifesi verso questi nuovi meccanismi delle false notizie generate per puro tornaconto economico, con cinica indifferenza per le conseguenze e senza nessun intento ideologico che possa eventualmente giustificarle in quanto opinioni.

Meccanismi difficili da immaginare per un profano di Internet, come quelli dei giovani macedoni che hanno incassato cifre notevoli in inserzioni pubblicitarie di Google e Facebook pubblicando false notizie sulle recenti elezioni americane o quelli di un imprenditore italiano, documentati dal mio collega David Puente, che usavano siti con nomi simili a quelli di testate giornalistiche (il Fatto Quotidaino, Liberogiornale, News24tg, Notizie a 5 Stelle), finendo per ingannare anche politici e giornalisti e incassando sui clic pubblicitari generati dai loro titoli-shock.

La maggior parte delle persone, secondo la mia esperienza, non ha la minima idea dell'esistenza di queste fabbriche di fandonie e di questo modello di business e non sa che ogni volta che condivide una fake news sui social network genera incassi per i bufalari.

Se avete un modo per diffondere questa consapevolezza, uno concreto, per vaccinare la collettività contro questo nuovo veleno sociale, tiratelo fuori, e fatelo in fretta, vi prego. Perché secondo me questo fenomeno non si può contrastare soltanto con algoritmi o con leggi di tutela del diritto all'informazione corretta calate dall'alto, che anche nel migliore dei casi rischiano sempre di essere scambiate per censure: serve soprattutto la prevenzione di massa, come per le malattie, e la prevenzione si fa informando.

Chi fra voi lavora nei social network ha una responsabilità enorme in questo campo. Più che responsabilità, però, dovrei parlare più schiettamente di colpa. Per tanto tempo, e fino a pochi mesi fa (novembre 2016), Mark Zuckerberg minimizzava il problema, diceva che l'idea che le fake news su Facebook avessero influenzato le elezioni statunitensi attraverso la creazione di echo chamber, di casse di risonanza che esasperavano le polarizzazioni e le scelte politiche, era un'idea "folle"; adesso invece ha lanciato il Facebook Journalism Project, ha avviato alleanze con le organizzazioni di fact-checking e di debunking per contrassegnare e segnalare le notizie false, e ha pubblicato un decalogo antibufala (un po' misero, a dire il vero). Pochi giorni fa un rapporto di Facebook intitolato Information Operations and Facebook ha ipotizzato addirittura che il social network venga silenziosamente manipolato da alcuni stati o nazioni a scopo di sovversione politica. Ma meglio tardi che mai.

Ma restano ancora delle colpe gravi, a mio avviso. Faccio solo un esempio elementare: quando Facebook incorpora una fonte esterna, ne rimuove tutti i segni grafici distintivi e la rende uniforme a tutte le altre. Questa scelta grafica toglie al lettore tutti gli indicatori visivi della provenienza e della qualità di una notizia e rende molto più facile l’equivoco. Su Facebook, la notizia del sito bufalaro e quella del Corriere della Sera vengono visualizzate nello stesso modo: tutta l’attenzione è sull’immagine, enorme, accompagnata da un titolo e da due righe di testo iniziale dell’articolo. È sparita l’impaginazione originale, non c’è più il logo del giornale in evidenza, non c’è più il font differente che caratterizza un sito rispetto a un altro: è tutto uguale, indifferenziato, annacquato, omogeneizzato. E la cosa più importante, ossia l’origine della notizia, è relegata in un angolo, in basso, in caratteri piccoli e oltretutto grigi (con grande gioia, immagino, degli ipovedenti).

Faccio quindi una proposta: che Facebook aggiunga all’immagine il logo della testata (non il nome, ma il logo, quindi in forma grafica) in modo da dare al lettore un indicatore chiaro, intuitivo e ben visibile della provenienza di una notizia. Non risolverà il problema delle false notizie, ma almeno aiuterà gli internauti a non farsi ingannare, come invece capita spesso: non per stupidità, ma per semplice distrazione.

Ma c'è anche un altro problema importante dei social network in generale e di tutti i servizi online che fanno profilazione spinta dei lettori: proprio questa profilazione consente all'inserzionista di fare pubblicità mirata e differenziata per ciascun utente. Che cosa succede se l'inserzionista è il gestore di una campagna politica e usa questo potere di personalizzazione per campagne politiche?

Secondo Will Moy, direttore dell'organizzazione britannica di fact-checking Full Fact, c'è il rischio che una campagna politica possa inviare a persone diverse messaggi talmente personalizzati e differenziati da rendere impossibile qualunque monitoraggio esterno della loro correttezza. Uno spot elettorale in TV è uguale per tutti e verificabile: un annuncio elettorale su Facebook o Google può essere diverso per ogni singolo utente e visibile (e quindi verificabile) soltanto se il fact-checker fa parte del gruppo mirato giusto. Moy li chiama "dark ads", "messaggi pubblicitari oscuri", perché sfuggono a ogni controllo esterno e alle norme sulla correttezza pubblicitaria, e nota che la campagna Vote Leave della Brexit ha investito in impression pubblicitarie un miliardo di sterline: una cifra, dice Moy, che si spende solo se si crede che abbia la capacità di influenzare.

Sempre per i rappresentanti dei social network ho un altro spunto cruciale: come affrontare meglio la gestione dei messaggi d'odio, che sono spesso associati alle fake news o ne vengono alimentati. Gli Standard della Comunità di Facebook sono molto americani e mettono il diritto all'espressione sopra ogni cosa. Il risultato è che chi su Facebook offende, diffama o addirittura istiga pubblicamente ad atti di violenza contro qualcuno può continuare a farlo impunemente, perché se la vittima segnala questi messaggi a Facebook si sente rispondere che rispettano gli Standard della Comunità e quindi non vanno rimossi. Lo so perché li ho ricevuti anch'io, come tanti, e ho ottenuto proprio questa risposta. Questo è semplicemente inaccettabile: significa offrire un terreno favorevole all'odio.

In queste mie riflessioni sulle responsabilità legate alle fake news hanno un ruolo fondamentale anche i giornalisti, perché il successo delle notizie false è dovuto in parte anche ai media tradizionali. È troppo facile dare tutta la colpa a Internet e agli internauti ingenui. In realtà tanti giornalisti – non tutti, ma tanti – pescano a piene mani dalla Rete, senza verificare le fonti, e pubblicano bufale socialmente disastrose, come nei recenti casi di Stamina o di Report sulle vaccinazioni, rendendole autorevoli.

Di recente ho avuto l'onore di moderare uno dei tavoli di lavoro organizzati a Montecitorio su iniziativa della Presidente della Camera, specificamente quello dedicato ai rappresentanti dei media: direttori e vicedirettori di testate e agenzie ed editori sono stati praticamente unanimi nell'affermare che le notizie false sono un problema grave e allo stesso tempo che il crollo del mercato pubblicitario (o meglio, il trasferimento ingentissimo di risorse economiche dai media tradizionali alle piattaforme social e ai motori di ricerca) riduce la possibilità di investire in qualità. Questo innesca un circolo vizioso che ha fatto precipitare la credibilità dei media tradizionali e quindi spinge gli utenti a chiedersi perché pagare un giornale se contiene le stesse notizie che trovano online e soprattutto non offre qualità superiore.

Non voglio fare di tutt'erba un fascio, e sottolineo che ci sono eccellenze nel giornalismo italiano che meritano di essere riconosciute, ma nel mio lavoro di "cacciatore di bufale" vedo troppo, troppo spesso colleghi giornalisti incappare in notizie false che avrebbero potuto evitare con pochi clic del mouse. Esistono metodi di verifica rapidi e per nulla costosi che permettono di risalire alla vera fonte di una notizia, di escludere i siti notoriamente inattendibili, di verificare la datazione e l'autenticità di una fotografia (come per esempio Tineye.com), ma non vengono usati a sufficienza. Pochissime redazioni hanno una procedura standard per la gestione degli errori e delle correzioni: anzi, di solito la "correzione" consiste nel rimuovere l'articolo senza una parola di spiegazione. Il public editor, come intermediario per la qualità, è una figura rarissima. E vedo che prospera la cultura del copiaincolla acritico, senza chiedersi se la notizia è plausibile, senza cercare fonti o riscontri. Certo, le verifiche richiedono tempo e il tempo comporta un costo, ma anche la perdita di credibilità e autorevolezza ha un costo a lungo termine.

Ma la critica più forte che devo fare ai media tradizionali riguarda la diffusa riluttanza, anzi il vero e proprio fastidio, nei confronti di chi, lettore, spettatore o collega, segnala una bufala o un errore oppure chiede una rettifica. Ci si fa belli dicendo di avere adottato il fact-checking, ma alla prova dei fatti restano forti le vecchie cattive abitudini. Non si corregge una notizia falsa, perché l'ha scritta un amico, o non la si rimuove online perché sta portando tanti clic. I lettori esperti in una materia, che portano prove documentali rigorose a supporto delle proprie segnalazioni d'errore, sono una risorsa gratuita e preziosa per una testata: trattarli a pesci in faccia, o semplicemente ignorarli come vedo accadere spesso, è una perdita per tutti.

Cambiare questi comportamenti e questi atteggiamenti non richiede investimenti ingenti: richiede fondamentalmente volontà. Il mondo del giornalismo si trova di fronte a dei concorrenti senza precedenti, organizzati e con un portafogli ben fornito, che rischiano di travolgerlo lasciando dietro di sé il nulla. Spero che la percezione di questo pericolo spinga a migliorarsi concretamente invece che ad abbandonarsi a proposte di assimilazione o adagiarsi in nostalgici tentativi di recuperare per legge una credibilità che invece va conquistata sul campo e mantenuta giorno dopo giorno. Grazie e buon lavoro a tutti.


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« Ultima modifica: Giugno 08, 2017, 10:11:19 da nuvolotta »
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